Scelte di Classe
L'isola dei cani
(Isle of Dogs )

L'isola dei cani
di Enrico Azzano
pubblicato su Quinlan 02/16/2018

Titolo d’apertura della Berlinale 2018, selezionato in concorso, L’isola dei cani (Isle of Dogs) rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l’animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi.

Giappone, 2037. In seguito a una virulenta influenza canina, tutti i quadrupedi abbaianti, domestici e randagi, vengono messi in quarantena su un’isola di rifiuti. Cinque cani – Chief, Rex, Boss, Duke, e King – stufi della loro difficile esistenza incontrano un ragazzino, Atari Kobayashi, che ha coraggiosamente raggiunto l’isola per ritrovare il suo cane Spots. Atari viene aiutato dai cinque cani, che decideranno di proteggerlo dalle autorità giapponesi che lo vogliono riportare indietro… [sinossi]

"Quando scrivo una storia penso sempre a come renderla più divertente, o più spaventosa, o più potente. [...] non mi domando mai a chi è destinata. Mi piace comunicare intrattenendo" 

La miracolosa passione di Wes Anderson per l’animazione. Stop motion, budget elevati, sontuosi cast di doppiatori, totale libertà creativa, elevatissima visibilità e distribuzione capillare. Insomma, un argine allo strapotere e all’omologazione dell’animazione in computer grafica a stelle e strisce. Non il solo, per fortuna: la fulminea scalata della Laika (Kubo e la spada magica, Boxtrolls - le scatole magiche, ParaNorman, Coraline e la porta magca), qualche scintillio di Tim Burton (La sposa cadavere, Frankeweenie) e la cara vecchia Aardman (Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro, Pirati! Briganti da strapazzo) continuano a mostrare le potenzialità del passo uno, di una tecnica che richiede tempo e maniacale precisione, ma che in cambio restituisce un’irriproducibile alchimia tra personaggi e scenari. Piccoli e reali, tridimensionali per natura, attori ideali per la profondità di campo. Come le volpi di Fantastic Mr. Fox, come i cani de L’isola dei cani (Isle of Dogs).

Titolo d’apertura della Berlinale 2018, selezionato in concorso, L’isola dei cani rilancia una delle suggestioni di Fantastic Mr. Fox: l’animazione in stop motion come terreno ideale per il cinema e la poetica di Wes Anderson. E per i suoi personaggi. Come non notare, ad esempio, l’estrema vitalità delle volpi e dei cani delle due pellicole in stop motion? Vitalità che non viene incasellata o soffocata dalla geometrica messa in scena, ma che è anzi enfatizzata dai movimenti limitati, dalle direttrici schematiche, da una costruzione dell’inquadratura come sempre pittorica, prossima ai tableaux vivants. I primi e primissimi piani, programmaticamente statici e contrapposti alle esplosioni ed implosioni delle furibonde baruffe, risolte con sagaci soluzioni cartoonesche, creano cortocircuiti emotivi, veicolando di pari passo commedia e dramma. Un meccanismo visivo/narrativo che contraddistingue evidentemente anche la messa in scena live action andersoniana, ma che se nel cinema dal vivo rischia di ingabbiare i suoi attori, nell’animazione libera il potenziale espressivo dei suoi (piccoli) personaggi.

La messa in scena andersoniana si rivela alquanto funzionale per una tecnica come la stop motion. In tal senso, le scelte estetiche di Anderson riportano alla mente il concetto originale di animazione limitata, quantomeno nella declinazione delle prime produzioni di Hanna-Barbera o nella reinterpretazione della Filmation di Lou Scheimer. Il lavoro di sottrazione (del movimento) di Anderson è ovviamente frutto della sua consueta messa in scena, ma nel campo del passo uno si traduce con un notevole risparmio di pose. Stile e geometrie che si sposano perfettamente con il contesto narrativo (il Giappone) e con la miriade di riferimenti cinematografici e pittorici: Anderson ha più volte dichiarato la sua fonte d’ispirazione, Akira Kurosawa, e ha costellato L’isola dei cani di omaggi, citazioni, ironiche riletture – irresistibili le versioni canine dei paesaggi di Hokusai, in primis il celeberrimo e immancabile La grande onda di Kanagawa. L’altra fonte d’ispirazione ampiamente dichiarata è la Rankin/Bass Productions, casa di produzione a stelle e strisce fondata negli anni Sessanta da Arthur Rankin e Jules Bass e defunta nel 2001, molto attiva tra piccolo e grande schermo. Della ricca filmografia, che spaziava dal live action all’animazione tradizionale e al passo uno, si ricordano soprattutto le produzioni in stop motion, in particolar modo gli holiday specials. Se li ricorda molto bene anche Anderson, che della Rankin/Bass plasma e rimodella alcune caratteristiche del character design, aggiorna la ridotta fluidità dei movimenti, inserisce a più riprese anche l’animazione tradizionale. La distanza tra titoli come The Easter Bunny Is Comin’ to Town (1975) o The Life and Adventures of Santa Claus (1985) e L’isola dei cani è ovviamente abissale, ma riferimenti e omaggio alla Rankin/Bass sono evidenti e anche commoventi.

Una delle parole chiave di Isle of Dogs è commozione. Puntualmente ironico, percorso da dialoghi calibratissimi e densissimi, come era Fantastic Mr. Fox (il campo lungo, il pugno chiuso…), L’isola dei cani è un’avventura di cani e ragazzini. Sfiora a più riprese il tragico The Plague Dogs, ma arretra sempre al momento giusto, suggerendo possibili derive drammatiche, evocando gli occhi umidi, questa benedetta commozione. Sentimento che scaturisce anche grazie alle geometrie della messa in scena, dal contrasto tra il meticoloso controllo e le pulsanti eruzioni – ancora un campo lungo, con il randagio che si tiene distante, ma mai realmente lontano. Un percorso di formazione e di (ri)scoperta, di speranze ritrovate, di fedeltà e sacrificio. Insomma, cani e ragazzini, praticamente calamite.

Ma c’è di più. C’è la storia del Giappone, delle proteste studentesche, delle derive destrorse e autoritarie. Ci sono l’incomunicabilità e il suo superamento; la distanza linguistica, la traduzione e l’adattamento. Le sfumature. L’isola dei cani evoca campi di sterminio, corpi meccanici, mutazioni. Come Fantastic Mr. Fox, è un po’ sovversivo e un po’ rivoluzionario. Una favola che indossa diversi costumi. Un’avventura di cani e ragazzini, da soli contro il mondo.

L’isola dei cani: ScreenWEEK intervista Wes Anderson e Bill Murray
di Adriano Ercolani
Pubblicato il 23 marzo 2018 • 13:00

ScreenWEEK ha incontrato a New York Wes Anderson e Bill Murray e ha parlato con loro de L'Isola dei Cani. Ecco l'intervista.

Partiamo dalla storia. Come è nato L’isola dei cani?

W.A. – È senza dubbio una delle sceneggiature più strutturate he ho scritto, eppure all’inizio il nucleo del soggetto era composto da un’idea semplicissima, quella di un branco di cani confinati su un’isola di rifiuti. Era così basilare che all’inizio non sapevo neppure perché volevo realizzarla, eppure ci ho speso anni per fare il film. L’ho sempre concepito come un prodotto di animazione, le idee sono iniziate a moltiplicarsi quando con Jason Schwartzman abbiamo fuso il nucleo principale con l’altra idea di ambientare un film in Giappone. La storia ha letteralmente preso il volo.

A doppiare i personaggi ci sono tutti o quasi gli attori con cui collabora di solito, a parte Bryan Cranston e Liev Schreiber. Come ha composto il cast?

W.A. – A me viene naturale richiamare artisti con cui ho già lavorato, e provare allo stesso tempo a collaborare con altri di cui sono ammiratore. Adesso poi di quasi tutti ho l’email o il numero di telefono, non devo passare per intermediari se voglio contattarli. Mi aiuta molto ad alleviare lo stress la possibilità di evitare gli agenti…

Può parlarci dell’aspetto politico del film e dirci se è stato influenzato da qualche capolavoro passato quando ha iniziato a pensarne l’estetica?

W.A. – Mi sono ovviamente lasciato ispirare dal cinema giapponese, in particolare Hayao Miyazaki e Akira Kurosawa. Per quanto riguarda l’aspetto politico del film ci siamo chiesti immediatamente chi aveva confinato i cani protagonisti sull’isola, e perché. Quando abbiamo deciso che era si trattava di una mossa arbitraria del governo, tutto è scaturito di conseguenza…Se guardiamo alla storia possiamo trovare così tanti esempi di decisioni prese da governi in maniera sconsiderata e razzista che non ci siamo riagganciati a un fatto specifico. Come dicevo ci siamo rifatti ai capolavori di Miyazaki, soprattutto al modo poetico in cui usa i silenzi nei suoi film. Ovviamente ci sono anche musiche, ma mi hanno colpito particolarmente i momenti di magnifica tranquillità. Il film che mi ha ispirato particolare è stato Totoro. Per quanto riguarda Kurosawa, alcuni personaggi sono stati ricreati sull’eco di quelli di Toshiro Mifune. E anche i film urbani di Kurosawa mi hanno dato molte idee, anche se ne L’isola dei cani alla fine non si vede. Qualche volta la fonte d’ispirazione ti porta altrove rispetto a quello che pensavi…

Intanto è arrivato Bill Murray, con un bizzarro cappellino a visiera e un bicchiere mezzo pieno di qualche superalcolico. Rigorosamente con ghiaccio. Sorride e fa segno di continuare a parlare con Wes, lui vuole finire di gustarsi il drink… Come si fa a dire no a Bill Murray?

Come ha lavorato con la voce degli attori per definire le psicologie dei vari personaggi in scena?

W.A. – In realtà i cani non parlano molto durante il film, ognuno di loro ha poche battute per scena. Ma tutti hanno recitato con tale immedesimazione che ho cominciato subito a vedere Jeff Goldblum, Bryan Cranston. Bill Murray e Edward Norton in questi cani, e giorno dopo giorno sono diventati parte integrante nella costruzione delle loro psicologie.
Per me il processo di doppiaggio è molto veloce e spontaneo, con gli attori registro le prove che facciamo e molto spesso il materiale lo prendo dalle prove stesse, dove si esprimono con totale libertà di idee e nella performance. Ricordo che per Fantastic Mr. Fox il ruolo di Jason Schwartzman, che era grande e molto importante, venne registrato in un giorno soltanto, in fretta e furia perché dovevamo partecipare a una cena che assolutamente non volevamo perdere. Anche se a quel tavolo saremmo stati solo io e lui…Quasi tutto il materiale scaturì da una singola ora di registrazione, piena di tale energia e freschezza! E poi appunto siamo andati a cena…

Intanto Murray ha finito di bere e fa un cenno del capo che vuol dire più o meno: sono pronto. Spara la domanda…

Mr. Murray cosa ha inserito nel personaggio di Boss per dipingerlo come un giocatore di squadra? E fin dall’inizio era destinato a essere la mascotte di una squadra di baseball oppure è stata una sua idea visto il tuo amore per questo sport?

B.M. – Al personaggio volevo dare una sola qualità: la chiarezza. Per il resto non voglio distruggere le tue idee sul personaggio…

Tutto qui Mr. Murray? Forza, ci metta un po’ d’impegno! Almeno un pizzico!
Ok, forse è meglio tornare a parlare con Wes Anderson. Almeno per il momento…

Quale è stato il momento il ruolo più complesso da doppiare?

W.A. – Penso che il lavoro più difficile l’abbia svolto Courtney B. Vance, che ha il ruolo del narratore. Non avendo un pupazzo di riferimento non sapeva esattamente a cosa aggrapparsi per il doppiaggio. Ora che ci penso avrei potuto inventarmi un altro cane per narrare la vicenda, lo avrebbe aiutato molto. Gli avevo chiesto di aggiungere ancora una dose di “gravitas” alla sua voce e all’intera performance. Non ha ricevuto altre indicazioni da parte mia…

B.M. – In effetti ho visto Courtney passare attraverso le porte dell’inferno con questo ruolo…

E invece cosa può dirci dell’animazione? Qual è il momento del film di cui va maggiormente fiero?

W.A. – L’animazione è stata più complessa del previsto perché all’inizio non avevamo preventivato un film di tali dimensioni, con così tanti set e personaggi. Ci sono molte cose che avvengono simultaneamente in un lungometraggio di stop-motion, diverse unità sono a lavoro nello stesso momento e devi prestare attenzione a tutto. Quando giri un film in live-action non ti interessi veramente a dettagli come il cielo o gli alberi, a come appariranno sul grande schermo. In un film d’animazione invece è l’esatto contrario, ogni singolo dettaglio che finirà nell’inquadratura deve essere valutato. C’è un momento nel film con dei cuccioli appena nati, che letteralmente erano delle dimensioni di pochissimi centimetri nella realtà. Dare loro vita e renderli capaci di interagire è stata un’impresa di cui sono piuttosto fiero.

Riproviamo a coinvolgere Bill Murray nel progetto.

Come si è preparato per interpretare un cane sul grande schermo?

Sono partito dal mio cuore. La relazione tra un uomo e il suo cane non è pensata, è totalmente emotiva. Devi renderti disponibile con l’animale per condividere e provare queste emozioni, e instaurare una connessione. Ho avuto momenti molto emozionanti con i miei cani, uno di loro è stato attaccato da dei coyote e quasi ucciso. Per fortuna è sopravvissuto, sapevo che era il più forte e intelligente quando l’ho scelto dalla cucciolata! È un grande compagno per me, facile da avere intorno. Tutti i miei amici sono sorpresi da quanto sia calmo. Nel caso di questo film penso che tutti noi attori ci siamo chiesti quale sia il nostro rapporto con i cani, non abbiamo pensato troppo ma ci siamo immersi nelle nostre emozioni per questi animali e le abbiamo catapultate nei personaggi che abbiamo doppiato.

È stato dunque il suo cane a farle decidere di partecipare a L’isola dei cani?

A un film come questo non puoi dire di no, che non sei disponibile. Soprattutto perché si tratta di un’ora di lavoro. Nel corso di due anni di riprese. L’unico modo di rifiutare l’offerta è affermare categoricamente che non vuoi partecipare al progetto. O che non ti piace Wes Anderson…

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